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Bernard Aubertin: tra le fiamme del paradiso

di Andrea Farano – Sul finire degli anni cinquanta, in un’Europa che ondeggia tra la rigorosa rappresentazione del reale e l’emancipazione del segno astratto e informale, sorge l’esigenza di una terza via espressiva che soddisfi l’impulso di una nuova partenza, annientando tutte le esperienze artistiche (ma soprattutto pittoriche) sviluppate fino a qual momento ed appagando una ritrovata esigenza fatta piuttosto di silenzio, essenzialità e purezza.

È appunto il 1957 quando a Düsseldorf, per mano di Otto Piene, Heinz Mack e Gunther Uecker, nasce il Gruppo Zero: “Zero è silenzio. Zero è inizio. Zero è rotondo. Il sole è Zero. Zero è bianco (…) Zero è l’occhio. La bocca. Il buco del culo (…) oro e argento, rumore e vapore. Circo nomade. Zero è Zero» scriverà qualche anno più tardi Piene, palesando il manifesto concettuale del Movimento, che in poco tempo diverrà fondamentale punto di riferimento delle avanguardie artistiche europee.

A questa visione ottimistica in cui regna la volontà di sperimentare il potere della creazione – coinvolgendo nel processo produttivo la luce, lo spazio, il movimento e i più disparati materiali (come resine, metalli, chiodi, legni…) – aderisce da subito il francese Bernard Aubertin (1934-2015), che troverà nella virtù demiurgica del fuoco e nella libertà infinita del colore monocromo (spintovi dal suo sodale Yves Klein) la combine ideale per il fiorire della propria dimensione artistica.

È a questo gigantesco artista (già riconosciuto dalla Storia, ma forse non ancora a sufficienza dal mercato) che la Galleria San Carlo, a due passi da Sant’Ambrogio, dedica una personale di estremo rigore antologico dove, grazie a una selezione che abbraccia la produzione dagli anni ’60 sino alla recente scomparsa, è possibile ammirare le espressioni più pure del suo genio creativo: Tableaux-clous (tavole di legno in cui pianta dei chiodi, trapassandole da parte a parte),  Dessins de feu (tele e pannelli metallici ove risaltano gli effetti della combustione indotta), ma anche Livres e Objets brulés (libri e oggetti comuni, in questo caso modellini di auto, letteralmente dati alle fiamme) rappresentano al meglio i temi fondamentali dell’estetica di Aubertin.

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Il Rosso, l’unico pigmento della sua tavolozza, al quale riconosceva una intrinseca forza primordiale e liberatoria, che travalicava lo spettro dei suoi valori simbolici e tradizionali (il sangue come l’amore), per divenire emblema supremo della Vita stessa.

Il Fuoco, la mano del Caso alla quale consegnava l’opera affinché la portasse a compimento, in una sorta di condivisione del momento creativo che assumeva i contorni di un vero e proprio rituale mistico ed epifanico.

E in mezzo loro, i fiammiferi, oggetti relitti del nostro tempo, disposti sulla superficie oggettuale con prevalente circolarità (come uno Zero forse?) a traghettare l’energia salvifica delle fiamme.

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Eppure, né il cromatismo ossessivo né l’effetto seriale delle rigorose composizioni saziano mai l’occhio di chi osserva, e si resta ad ammirare una scoperta che si ripete con cadenze continue e sempre nuove, nel tentativo di catturare l’attimo  presente e sfidare l’eternità.

Il fuoco sopraggiungendo giudicherà e condannerà tutte le cose” – Eraclito

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“Bernard Aubertin: Se fossi foco arderei lo mondo

Galleria San Carlo, via Sant’Agnese n. 16 – Milano

prorogata sino al 10 marzo

www.sancarlogallery.com

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